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Vada paese

Fortino di guerra in mare  , quanti tuffi da ragazzi

Fortino di guerra in mare , quanti tuffi da ragazzi

val di vetroLa mitica leggenda parla di un maremoto che sommerse una città chiamata Val di Vetro. In molti hanno favoleggiato che sopra la Val di Vetro fosse già fabbricata una terra o una città sottoposta ai Volterrani, e detta Tuscinatum, la quale da una catastrofica inondazione del mare sia stata distrutta e assorbita.
C’è chi, in giornate in cui l’acqua è particolarmente chiara, ha creduto di intravedere sui fondali i resti di imponenti strutture.
Sulle secche di Vada hanno fatto naufragio, oltre ad molte navi romane, anche il piroscafo Australia (nel 1875) e ancora prima una nave da guerra americana.
Nella notte del 19 ottobre 1867 Giuseppe Garibaldi sbarcò a Vada giungendo da Caprera a bordo di una piccola barca eludendo la sorveglianza delle navi regie che dovevano impedire la partenza del generale dall’isola.

LA LEGGENDA … Al “bar”, durante interminabili partite a carte, tra un “gotto” di vino e una “pipata” di tabacco, o un “mezzo toscano”, i vecchi pescatori di Vada amano raccontare la “vera storia” delle origini della loro cittadina e di come è nato il nome. E’ gente semplice, come tutta la gente di mare, gente avvezza a giornate passate in solitudine, tra mare e cielo, in compagnia soltanto dei suoi “mestieri” e dei suoi pensieri. E in questa solitudine i pensieri diventano ossessivi, la fantasia un’ angoscia ampliata da ancestrali superstizioni. Questa storia che raccontano, tramandandosela come detto, di padre in figlio, ampliata ogni volta con qualche particolare in più, abbellita e infiocchettata secondo la fantasia e l’ immaginazione del narratore, è una storia che per loro, con il passare del tempo diventa sempre più “saga” e sempre meno invenzione. Ognuno di loro, specialmente dopo i primi bicchieri, è pronto a giurare sull’ autenticità di cose che crede di avere visto o sentito, come strade lastricate e muri di case sul fondo marino, vicino al “fanale”; oppure, in giornate di perfetta bonaccia, un suono di campane.

 

Ecco la storia come la raccontarono una quarantina di anni fa alcuni pescatori …
LA VALDIVETRO

C’era una volta. Tutti, raccontandomela, cominciavano così: c’ era una volta…C’ era una volta, dunque, centinaia e centinaia di anni fa, in questa zona, qui, dove ora si trova Vada, una grande città, così grande che con il suo porto, le sue strade, le sue case, arriva fino al “fanale”. La città si chiamava “Valdivetro”. Il porto di questa città aveva dei moli lunghi chilometri e ai suoi moli ogni giorno arrivavano e attraccavano centinaia di navi provenienti da tutto il mondo. Con olio, stagno, rame dalla Spagna; stoffe, lana e legno dalla Gallia; grano dall’ Africa; marmi dalla Lunigiana; vasi dalla Grecia; ferro dall’ Elba; spezie e sete dalle Indie. Valdivetro era piena di gente che lavorava, navigava, commerciava, e si divertiva. C’ erano negozi e botteghe artigiane, teatri, terme, banche, lupanari e chiese (non ho mai capito se l’ accostamento dei due ultimi termini fosse maliziosamente voluto, come a sottolineare che dopo il peccato di lussuria era necessario il ravvedimento, il rimorso il riscatto per poter rimanere in pace con la propria coscienza e riconquistarsi la fiducia negli dei. Anche oggi del resto molti operano nello stesso modo). La vita scorreva quieta e pacifica, ma questa vita troppo spensierata, troppo facile, fece dimenticare ai cittadini il dovere verso gli dei. Era più il tempo passato nelle bettole (tabernae), alle terme e nei bordelli, che non quello dedicato al culto, si concedeva più tempo all’ appagamento dei piaceri effimeri, fuggevoli, trascurando lo spirito, dimenticando i templi, tralasciando di sacrificare agli dei, disimparando le preghiere. Ma gli dei non dimenticano, e invidiosi, gelosi e indispettiti dalla trascuratezza della gente di Valdivetro verso di loro, decisero di vendicarsi. Un giorno, nubi gonfie di pioggia cominciarono ad addensarsi all’ orizzonte, tutto intorno alla città. Venti impetuosi cominciarono a soffiare dal mare sollevando onde sempre più alte che si abbattevano sui moli, il cielo si oscurò, divenne sempre più nero e cominciò a piovere. Da prima si credette ad una tempesta passeggera, come ce ne erano state in tempi passati, del resto era la stagione delle piogge, ma passavano i giorni e il vento non calmava e pioveva sempre più forte. Le scorte dei viveri stavano per finire, la campagna era allagata e non produceva, navi non ne arrivavano più perché il porto, fino ad allora sicuro e fidato, era diventato rischioso.

I moli principiavano a rovinare sotto la spinta delle onde, le navi ormeggiate affondavano come barchette di carta, si preannunciava un tragico evento. Il popolo, sempre più numeroso ora, si raccoglieva nel tempio a pregare. Ora, ci si ricordava dei torti fatti agli dei, ora, si sacrificavano sui loro altari gli ultimi animali rimasti, sperando in una riconciliazione, in una pace impossibile. Però gli dei offesi, voltavano le spalle a Valdivetro. Poi un giorno, tragico, funesto, un popolano fradicio di pioggia, affannato, stremato da una lunga corsa, entrò nel tempio mentre il sacerdote era intento al sacrificio, e con voce rotta dal pianto e dall’ emozione, gridò che la furia del mare aveva abbattuto le ultime difese del porto, che onde altissime stavano rovinando sulla città distruggendola, urlò, piangendo e imprecando, che Valdivetro se ne stava andando, che si salvasse chi poteva. Un grido di angoscia e di paura si levò dal popolo raccolto in preghiera, alto il pianto dei bimbi e i lamenti delle donne imploranti. Solo il sacerdote mantenne la calma e rivolto ai fedeli, esortandoli a pregare disse: Che sia fatta la volontà degli dei, se Valdivetro deve andare, vada! Furono queste le ultime parole pronunciate dal sacerdote, prima che tutto venisse sommerso. Ma non tutti perirono in quell’ immane sciagura. Alcuni riuscirono miracolosamente a sopravvivere. Quando quella terribile tragedia finì, le acque furono di nuovo calme e il sole tornò a splendere su quelle terre desolate colme di lutti e di rovine, i sopravvissuti alla tragedia si misero al lavoro impegnandosi a far risorgere dalle rovine una nuova città. E con questa volontà, ricordando l’ ultima parola pronunciata dal sacerdote prima di morire, giurarono che la città, risorta dalla distruzione e sulle rovine di Valdivetro, si sarebbe chiamata Vada.